Che cos'è il National Privacy Test
Il National Privacy Test è l'iniziativa lanciata da NordVPN nel 2020 per misurare quanto gli utenti sappiano riconoscere i rischi legati alla sicurezza informatica e alla privacy. Chiunque può parteciparvi online e, non essendo previste quote per età, genere o provenienza, il test non ha valore statistico rappresentativo a livello nazionale.
L'edizione 2026 introduce alcune importanti novità: diverse domande sono state sostituite o riformulate per affrontare i temi più attuali, come i rischi per la privacy legati all'intelligenza artificiale, il riconoscimento dei deepfake e le nuove minacce informatiche di natura "fisica", tra cui le truffe tramite QR code e le colonnine di ricarica USB.
Proprio per via di queste revisioni, i risultati di quest'anno non sono confrontabili con quelli delle edizioni precedenti. Per il 2026 l'analisi si sviluppa su due piani: il confronto tra i Paesi partecipanti, utile a individuare i più preparati, e il raffronto con la media globale, che permette di capire se un Paese si collochi sopra o sotto lo standard internazionale.
Metodologia
Il National Privacy Test 2026 si compone di 24 domande, suddivise in tre categorie.
- Vita digitale quotidiana, che misura la capacità di gestire gli aspetti più comuni della routine online: dalle autorizzazioni delle app all'aggiornamento dei programmi, fino all'uso sicuro delle reti Wi-Fi pubbliche.
- Consapevolezza della privacy, che valuta quanto le persone comprendano il quadro più ampio relativo alla gestione dei propri dati: come vengono raccolti, conservati e utilizzati da aziende e piattaforme. Rientrano in questa categoria aspetti come la protezione delle password, la consapevolezza del tracciamento dei dati e la conoscenza di minacce quali malware e infostealer, ovvero programmi che sottraggono informazioni.
- Rischio digitale, che analizza il modo in cui le persone reagiscono a situazioni potenzialmente pericolose: dal riconoscere un deepfake al decidere se salvare i dati di pagamento nel browser, fino al valutare come rispondere a un'email sospetta e al capire quali informazioni è meglio non condividere con gli strumenti di intelligenza artificiale.
Il punteggio finale va da 0 a 100 e fotografa il livello di comprensione in materia di privacy e sicurezza online: ogni risposta corretta vale circa il 4,15% del totale e, naturalmente, più alto è il punteggio, maggiore è la consapevolezza dimostrata. In base al risultato, a ciascun partecipante viene assegnata una "cyber persona", un profilo di cui parliamo più avanti.
Al momento in cui scriviamo, il test è stato completato da 23.181 persone, un dato in calo rispetto alle 30.792 del 2025 e alle 25.567 del 2024. Tra i Paesi partecipanti figurano Argentina, Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Giappone, Lituania, Messico, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Singapore, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.
I dati riportati in questo articolo si riferiscono alle risposte raccolte fino al 31 luglio 2026. Eventuali differenze rispetto ai numeri visibili sul sito del NPT dipendono semplicemente dal fatto che, nel frattempo, altre persone hanno svolto il test.
Nota: il campione del NPT 2026 comprende circa 23.200 partecipanti in tutto il mondo, ma non è rappresentativo della popolazione generale. I dati provengono infatti da persone che scelgono volontariamente di mettersi alla prova con un test sulla privacy, e con ogni probabilità rappresentano fasce di utenti già più attente e attive sul fronte digitale. È quindi un limite di cui tenere conto nella lettura dei confronti tra i risultati.
Cosa sono le Cyber Personas?
La cyber persona è un profilo simbolico che rappresenta il livello di conoscenza e consapevolezza raggiunto da chi completa il National Privacy Test. In base al punteggio ottenuto, a ogni partecipante viene assegnato uno dei quattro profili.
- Vagabondo/a Cyber - Cyber Wanderer (1-24%). I vagabondi cibernetici hanno una conoscenza molto limitata della sicurezza online. Ad esempio, non sanno come proteggere i propri account, dispositivi o dati.
- Turista Cyber - Cyber Tourist (25-49%). I turisti se la cavano un po’, ma spesso inciampano negli errori più frequenti: possono individuare alcune minacce, ma non sanno come difendersi.
- Avventuriero/a Cyber - Cyber Adventurer (50-74%). Questi utenti hanno una buona padronanza delle principali questioni di privacy e sicurezza: sanno proteggersi in molte situazioni, ma c’è ancora margine di miglioramento su alcuni aspetti.
- Cyber Star (75-100%). Lo si capisce dal nome, le star sono le persone più esperte. Sono molto consapevoli dei rischi online, sanno come proteggere i propri dati e seguono abitudini digitali sicure.
Al momento della stesura di questo articolo, il 2% dei partecipanti al NPT 2026 era costituito da “Cyber Star”, il 3% da “Vagabondi Cyber”, il 42% da “Avventurieri Cyber” e il 53% da “Turisti Cyber”.
I risultati di quest'anno
I dati del NPT 2026 si fermano appena sotto la soglia dei 50 punti: il punteggio medio globale è di 46. In tutti i Paesi partecipanti, la persona media risponde correttamente a meno della metà delle domande sulla cybersecurity e sulla privacy. Tradotto in pratica, un punteggio di 46 significa sbagliare in media circa una risposta su due.
Guardando alle tre categorie, il quadro diventa ancora più chiaro. Il punteggio medio globale è di appena 30 punti nella vita digitale quotidiana, mentre sale a 51 punti nella consapevolezza della privacy e a 53 punti nel rischio digitale. Il divario è significativo: le persone conoscono abbastanza bene le minacce alla privacy (51 e 53 punti), ma faticano molto di più a tradurre questa conoscenza in abitudini quotidiane sicure (solo 30 punti). In altre parole, la teoria c'è; a mancare è la messa in pratica.
L'aspetto più interessante dei risultati di quest'anno emerge però dall'analisi delle singole domande, che mette in luce tre scarti ricorrenti tra argomenti strettamente collegati tra loro.
- Il primo riguarda la differenza tra creare e custodire una password. Praticamente tutti sanno come costruire una password sicura (96%), ma quasi nessuno sa dove conservarla al riparo da occhi indiscreti (18%): è la contraddizione più netta di tutto il test.
- Il secondo scarto riguarda i rischi legati all'intelligenza artificiale. La maggior parte delle persone sa che i post pubblicati sui social possono essere usati per addestrare i modelli di AI (91%), ma già molti meno sanno quali informazioni sia meglio non condividere con questi strumenti (57%), e quasi nessuno ha davvero chiari i rischi per la privacy legati all'uso dell'AI sul lavoro (5%).
- Il terzo divario riguarda infine il tracciamento dei dati. La grande maggioranza dei partecipanti sa che le aziende raccolgono i propri dati di navigazione (83%), ma una quota molto più ristretta sa cosa facciano concretamente i cookie (24%), a quali dati accedano le app attraverso le autorizzazioni (8%) o quali strumenti esistano per limitare il tracciamento (percentuale prossima allo zero).
National Privacy Test: le risposte degli italiani
L’Italia si classifica al 10° posto ed è il Paese europeo con il punteggio complessivo più basso: 40%, sei punti percentuali sotto la media globale. I risultati restano inferiori alla media anche nelle tre categorie oggetto del test: la consapevolezza della privacy si ferma al 40%, contro il 51% a livello globale, mentre il rischio digitale raggiunge il 47%, rispetto al 53% della media globale. L’unico dato leggermente superiore alla media riguarda la vita digitale quotidiana, con il 31% contro il 30% a livello globale.
Ma il dato complessivo racconta una storia più particolare: non una debolezza generalizzata, bensì lacune profonde e ben circoscritte.
È soprattutto sulle nuove minacce digitali che gli italiani mostrano le maggiori difficoltà: solo il 43% sa riconoscere una truffa generata dall’AI, contro il 74% della media globale; il 32% sa come i dispositivi vengono infettati dai malware (54% a livello globale) e appena il 25% riesce a smascherare un deepfake (50% la media globale). Sono, in tutti e tre i casi, tra i risultati più bassi dell’intera rilevazione.
Eppure non mancano aree di forza inaspettate: la sensibilità verso la privacy nell'uso degli strumenti di AI sul lavoro è tra le più alte al mondo (10% vs 5%) e gli italiani sanno bene perché convenga tenere le app aggiornate (75% vs 58%) e come creare una password forte (97%) e la consapevolezza dei rischi legati al salvataggio dei dati della carta di credito sul proprio browser (89%).
È proprio lo scarto tra il primato nella privacy in ambito lavorativo e il fondo della classifica nella capacità di riconoscere le minacce legate all’AI a rappresentare la contraddizione interna più marcata dell’intera indagine.
Ne emerge un ritratto profondamente contraddittorio: competenze avanzate e specialistiche convivono con carenze preoccupanti proprio sui fondamentali della sicurezza digitale. Non a caso, i profili statisticamente più simili a quello italiano sono quelli di Argentina e Messico, più che quelli dei vicini europei, a conferma della distanza del Paese dalla media continentale. E nell’intero campione non c’è coppia di Paesi che mostri una distanza statistica maggiore di quella tra Italia e Singapore.
Che cyber personas sono gli italiani?
Online, gli italiani sono dei turisti (lo sono il 68% dei partecipanti contro il 53% a livello globale), sanno come orientarsi ma inciampano spesso negli errori e nelle minacce più frequenti, senza sapere come difendersi. Non sorprende che solo l’8% degli intervistati affermi di saper riconoscere un sito di phishing (la media globale è del 20%) o che appena il 38% sappia quali informazioni non condividere con gli strumenti di intelligenza artificiale.
Il 24% sono, invece, Avventurieri Cyber con una buona conoscenza delle principali questioni legate alla privacy e alla sicurezza online, in grado dunque di proteggersi adeguatamente in molte situazioni, sebbene ci siano aree in cui è evidente la necessità di un miglioramento.
In Italia i “Vagabondi Cyber” rappresentano il 6% della popolazione, una quota superiore alla media globale. È un segnale di una persistente fragilità nell’alfabetizzazione digitale: queste persone faticano a riconoscere le principali minacce online e a capire come proteggersi.
Solo il 2% dei partecipanti rientra tra le “Stelle” cibernetiche, identica percentuale della media globale.
Tendenze globali
Stando ai risultati del NPT di quest'anno, l'Europa è nel complesso la regione più preparata, ma anche la più disomogenea al suo interno. I suoi punti di forza riguardano soprattutto la protezione dei dati: i partecipanti europei battono la media globale quanto a consapevolezza delle pratiche di tracciamento di Meta, custodia sicura delle password e rischi legati alle carte di credito memorizzate nel browser. Un primato che riflette con ogni probabilità l'influenza culturale e normativa del GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.
Nell'area Asia-Pacifico il contrasto è netto: se Singapore guida l'intera classifica mondiale del punteggio NPT, la Corea del Sud chiude in fondo, a pari merito proprio con Argentina e Italia. Il tratto distintivo della regione è la buona abitudine a leggere i termini di servizio e la consapevolezza dei rischi da malware. Il punto debole, invece, è la scarsa attenzione alla raccolta dei dati da parte di Meta, verosimilmente legata alla minore diffusione dei servizi Meta in alcune aree dell'Asia.
Il Nord America mostra un profilo solido su malware, gestione delle frodi bancarie e riconoscimento dei deepfake: competenze che testimoniano un'elevata alfabetizzazione mediatica sui temi della sicurezza informatica. Non mancano però evidenti punti ciechi, come la consapevolezza sull'aggiornamento delle app, la custodia delle password e i rischi legati ai QR code. Gli Stati Uniti precedono di poco il Canada, soprattutto grazie a una maggiore preparazione sui malware e a una migliore capacità di riconoscere le minacce.
Chiude la graduatoria l'America Latina, anche se il distacco dalla media globale resta contenuto (42,7 contro 46 punti). Il suo punto di forza relativo è la risposta alle frodi bancarie e la buona gestione degli aggiornamenti delle app, segno di una discreta padronanza delle azioni di sicurezza più pratiche e ad alto rischio. Tra le fragilità spiccano invece il riconoscimento delle truffe basate sull'AI, la consapevolezza su quali dati condividere con gli strumenti di intelligenza artificiale e la gestione degli account inutilizzati. Il fanalino di coda è l'Argentina, con punteggi particolarmente bassi sulla custodia delle password e sulla conoscenza degli infostealer.
Peculiarità dell'analisi demografica
C'è un luogo comune molto radicato: l'idea che l'età sia lo spartiacque decisivo quando si parla di tecnologia e minacce informatiche. I risultati del NPT 2026 sembrano dargli ragione. Tra i punti deboli degli over 65 troviamo infatti i rischi emergenti di sicurezza "fisica", le pratiche di igiene digitale e le minacce più recenti: lacune concrete e ben identificabili, che indicano priorità educative mirate più che una generica opera di sensibilizzazione.
Attenzione, però, perché anche la narrazione dei "giovani nativi digitali" va in qualche modo riscritta. I giovani adulti riconoscono meglio le minacce più recenti, come i rischi legati alla ricarica USB o le truffe tramite QR code, ma incontrano maggiori difficoltà rispetto agli adulti più maturi nel riconoscere gli schemi fraudolenti, gestire correttamente le email sospette e comprendere le autorizzazioni richieste dalle app.Il messaggio che ne emerge è chiaro: avere dimestichezza con il digitale non significa automaticamente essere consapevoli dei suoi rischi. Non a caso, la fascia tra i 30 e i 44 anni è quella che ottiene i risultati migliori, grazie alla combinazione di dimestichezza con la tecnologia ed esperienza online.
Che cosa ci dice il NPT sulla resilienza globale alle minacce informatiche?
Il National Privacy Test 2026 dipinge un quadro sorprendentemente coerente in tutti i Paesi partecipanti. Le persone sembrano saperne di privacy online più che mai, ma quasi mai questa conoscenza si trasforma in azione concreta. La consapevolezza delle minacce più eclatanti e di forte impatto mediatico, deepfake, malware, frodi bancarie, è alta quasi ovunque. Eppure è proprio sulle abitudini di tutti i giorni, quelle di base, che la maggior parte dei partecipanti inciampa: custodire le password in modo sicuro, aggiornare le app per tempo, diffidare dei QR code.
Poiché il test è stato rinnovato rispetto alle edizioni precedenti, con nuove domande dedicate ai rischi informatici legati all'AI, un confronto diretto con i dati NPT degli anni passati non è possibile. Una cosa, però, sembra ormai evidente: la distanza tra le minacce che le persone sanno riconoscere e quelle a cui sono realmente esposte continua ad allargarsi.
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Il materiale integrale relativo alla presente ricerca è consultabile qui opens in a new tab.