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Il problema del blocco: perché puntare sulle VPN non risolverà il problema della pirateria sportiva

All’inizio del 2026, lo stato dello streaming sportivo in Europa ha raggiunto un vero punto di rottura. Quello che un tempo era un rapporto diretto e lineare tra emittente e tifoso si è trasformato in un sistema frammentato, costoso e sempre più difficile da comprendere.

24 feb 2026

8 min di lettura

Il problema del blocco: perché puntare sulle VPN non risolverà il problema della pirateria sportiva

Il panorama attuale: un mercato sportivo in crisi

Nel Regno Unito, in Italia, Spagna e Francia, lo streaming non autorizzato di eventi sportivi in diretta continua a crescere. E, contrariamente a quanto spesso sostengono autorità e titolari dei diritti, il fenomeno non può essere spiegato semplicemente con la ricerca di contenuti gratuiti. Per molti appassionati, il problema principale è il peggioramento dell’esperienza complessiva. Prendiamo il calcio come esempio emblematico. Per seguire un singolo campionato, un tifoso è spesso costretto a sottoscrivere due o tre abbonamenti distinti — come Sky UK, TNT Sports e Amazon Prime Video nel Regno Unito, oppure DAZN e Sky Italia in Italia — con una spesa mensile che può facilmente oscillare tra i 60 e i 100 euro.

Il mercato non è stato in grado di offrire un prodotto davvero coerente e accessibile. Di conseguenza, molti europei si sono rivolti ai servizi IPTV e alle piattaforme di streaming non autorizzate, che propongono ciò che le grandi emittenti non riescono a garantire: tutte le partite riunite in un’unica piattaforma, a un costo nettamente inferiore.

Prendere di mira gli intermediari

Invece di affrontare questo evidente fallimento del mercato, molte autorità di regolamentazione europee e diversi titolari dei diritti hanno scelto la strada della repressione, avviando un’offensiva senza precedenti contro l’infrastruttura stessa di internet. Resisi conto che bloccare singoli siti web è costoso, tecnicamente complesso e spesso inefficace nel lungo periodo, hanno progressivamente spostato l’attenzione verso attori intermedi e neutrali, come i fornitori di servizi DNS, CDN e VPN. Si tratta, però, di una scorciatoia regolatoria: il percorso più semplice non è necessariamente quello più giusto o più efficace per contrastare la pirateria. Colpire gli intermediari tecnici, che non producono né selezionano i contenuti, finisce per avvantaggiare esclusivamente i titolari dei diritti, senza imporre loro costi aggiuntivi.

Al contrario, questa strategia genera significativi danni collaterali: aumenta l’incertezza giuridica, compromette la neutralità della rete e trasferisce il peso economico e operativo delle misure di blocco sull’intero ecosistema digitale.

Stiamo assistendo a un'offensiva legislativa e giudiziaria coordinata in tutti i principali mercati europei:

  • Italia: il sistema Piracy Shield, in vigore dal 2024, ha segnato un salto qualitativo nell’approccio repressivo alla pirateria online, spingendo l’applicazione della legge in un territorio finora inesplorato. La piattaforma consente all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) di emettere ordini di blocco quasi istantanei, senza una previa revisione giudiziaria, con l’obiettivo dichiarato di contrastare in tempo reale la trasmissione illecita di eventi sportivi in diretta. Nel tempo, l’ambito di applicazione si è ampliato ben oltre i tradizionali fornitori di accesso a internet, includendo anche provider DNS, CDN e VPN qualificati come “intermediari obbligati”. La portata di questa evoluzione è stata evidenziata di recente dalla maxi-sanzione inflitta a Cloudflare, accusata di non aver dato seguito agli ordini di blocco attraverso il proprio servizio DNS pubblico.
  • Spagna: i titolari dei diritti come LaLiga hanno intrapreso alcune delle azioni anti-pirateria più severe e controverse in Europa. I tribunali spagnoli hanno emesso ordinanze mirate contro i fornitori di telecomunicazioni che consentono il blocco di indirizzi IP e domini presumibilmente utilizzati per lo streaming non autorizzato di partite di calcio, e l'applicazione della legge ha talvolta coinvolto anche il traffico internet non correlato. La strategia legale di LaLiga ha inoltre preso esplicitamente di mira i fornitori di infrastrutture, compresi i componenti dei servizi CDN e VPN, sostenendo che la loro tecnologia consente la pirateria e premendo per obblighi più ampi a carico degli intermediari.
  • Francia: i titolari dei diritti hanno spesso utilizzato ingiunzioni dinamiche per costringere i resolver DNS a bloccare i siti mirror durante le finestre delle partite in diretta. Nel 2025, i tribunali francesi hanno iniziato a emettere ordinanze specificamente rivolte ai fornitori di VPN, chiedendo loro di impedire l'accesso agli indici che violano il copyright, sotto la supervisione dell'ARCOM, l'ente locale per le comunicazioni audiovisive e digitali.
  • Regno Unito: la Premier League continua ad avvalersi delle ingiunzioni “super block” dell'Alta Corte. Sebbene tradizionalmente rivolte ai fornitori di servizi internet, il loro ambito di applicazione si sta estendendo fino a includere altri servizi intermediari a valle della catena.

Perché il blocco tramite VPN è un errore

Le autorità di regolamentazione chiedono che le VPN diventino i gatekeeper di internet. Tuttavia, dal punto di vista dell'ingegneria di rete, questa richiesta è fondamentalmente errata. Sebbene una VPN possa tecnicamente applicare una regola firewall per eliminare i pacchetti destinati a un IP specifico, farlo in modo efficace senza distruggere il servizio è quasi impossibile a causa dei CDN e della crittografia.

Il primo problema riguarda i CDN. Molte operazioni pirata moderne non ospitano gli streaming su un singolo server in un seminterrato, ma utilizzano reti di distribuzione dei contenuti (CDN). Questi servizi ottimizzano la velocità fornendo contenuti da migliaia di server periferici e, cosa fondamentale, utilizzano indirizzi IP condivisi. Un singolo indirizzo IP può ospitare simultaneamente uno streaming pirata e servizi del tutto legittimi: il portale di un ospedale, l’API di una banca o il sito web di una piccola impresa. Se un provider VPN ottempera a un'ordinanza del tribunale che impone di “bloccare l'indirizzo IP X”, non blocca solo lo streaming pirata, ma anche tutti i servizi legittimi che condividono quell'IP. Senza contare che il blocco degli IP crea un notevole sovraccarico operativo per i servizi costretti ad attuarlo. Devono aggiornare e rimuovere costantemente le voci una volta che gli IP diventano obsoleti o vengono riassegnati. Tuttavia, intermediari come i provider VPN non hanno la capacità, né spesso la legittimazione tecnica o giuridica, di effettuare autonomamente una verifica continua e puntuale dei contenuti associati a ciascun indirizzo IP. Nella pratica, devono quindi affidarsi alle liste di blocco fornite dai titolari dei diritti, un meccanismo che ha già prodotto casi documentati di overblocking in Italia e in Spagna.

In secondo luogo, abbiamo un bypass della crittografia (encryption bypass). Anche se le autorità di regolamentazione forniscono un elenco di nomi di dominio (ad esempio, watch-football-free.com) anziché di IP, la crittografia moderna rende le VPN cieche. Le VPN di solito filtrano i domini tramite i propri resolver DNS. Tuttavia, gli utenti possono ora abilitare facilmente funzionalità di sicurezza e privacy legittime, come DNS-over-HTTPS (DoH) e Encrypted Client Hello (ECH), nei loro browser. In questo scenario, la VPN funge da “dumb pipe”: vede il traffico crittografato in entrata e in uscita, ma non può vedere il dominio richiesto dall'utente e quindi non può bloccarlo in modo affidabile.

  • Il DoH crea un tunnel crittografato all'interno della connessione VPN, instradando le richieste DNS direttamente a una terza parte (come Quad9) anziché al resolver della VPN.
  • L'ECH crittografa l'handshake con il server, nascondendo il nome host.

La pirateria è un servizio, non un problema di vigilanza

Anche se ignorassimo le impossibilità tecniche, anche se i governi potessero magicamente bloccare tutti i siti pirata, la pirateria non scomparirebbe. Si limiterebbe a migrare verso una diversa tecnologia (ad esempio, le reti mesh decentralizzate) perché la pirateria è un problema di servizio.

Questa non è un'ipotesi, ma un fatto supportato da diversi ricerche e dati storici.

All'inizio degli anni 2000, nessuna causa legale contro Napster o Limewire ha fermato la pirateria musicale. Cosa l'ha fermata? Spotify. La pirateria musicale è stata praticamente eliminata non dall'applicazione della legge, ma dalla convenienza. Spotify offriva una libreria centralizzata, accesso immediato e un prezzo equo. È diventato più facile pagare 10 € al mese che piratare. Il “divario di servizio” si è colmato.

Lo stesso è accaduto con i video. Tra il 2012 e il 2018, quando Netflix era l'aggregatore dominante, il traffico BitTorrent per film e programmi TV è crollato. Le persone erano disposte a pagare perché il servizio era conveniente. Tuttavia, con la frammentazione del mercato in Disney+, Max, Paramount+, Peacock e molti altri, la pirateria ha visto una rinascita. I consumatori sono stanchi di gestire sei diversi abbonamenti e app e così stanno tornando alla pirateria perché gli aggregatori “illegali” offrono ora un'esperienza utente migliore rispetto alla frammentazione legale.

Lo streaming sportivo è attualmente nell'era “pre-Spotify”: costoso, frammentato e ostile agli utenti.

L'attuale strategia europea di trasformare le VPN in guardie di frontiera è una pericolosa distrazione. Mina la neutralità di internet, minaccia le tecnologie di privacy su cui fanno affidamento le aziende e crea enormi danni collaterali, il tutto senza risolvere il problema alla radice.

Finché un appassionato di sport a Madrid, Londra o Roma dovrà fare i salti mortali per vedere giocare la propria squadra, troverà sempre una soluzione alternativa.

La chiave sta nel modo in cui si accede ai contenuti, non nel filtraggio della rete.

1. Porre fine ai silos di esclusività: i titolari dei diritti devono orientarsi verso licenze non esclusive o aggregazioni multipiattaforma, consentendo agli utenti di accedere ai contenuti attraverso un'unica interfaccia.

2. Abolire i blackout: la scarsità artificiale (come il blackout delle 15:00 nel Regno Unito) non ha più ragione di esistere in un’economia digitale globale e iperconnessa.

3. Armonizzare i prezzi: un mercato unico digitale paneuropeo per i contenuti eliminerebbe l'arbitraggio che spinge gli utenti alla pirateria.

Riteniamo che esistano contesti in cui il blocco sia non solo legittimo, ma anche necessario, ad esempio per contrastare malware, sistemi di tracciamento invasivi, attori malevoli o attività di sorveglianza non autorizzata. Tuttavia, non possiamo bloccare la strada verso un migliore modello di business. È ora di smettere di combattere la tecnologia e iniziare a migliorare il servizio.

Disponibile anche in: English,Español,Français.

Gli esperti di NordVPN

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